Come si misura la civiltà?

Come si misura la civiltà?

Una domanda che può essere in effetti fonte di dubbi, utile però per provare a capire da dove partire per cambiare il nostro modo di pensare. E allora, come si misura la civiltà?

Certamente non ci metteremo a fare un trattato sulla civiltà, ma cercheremo almeno di capire di cosa stiamo parlando, quale traccia seguire per monitorare la civiltà della nostra società. Prendiamo il vocabolario Treccani:

CiviltàLa forma particolare con cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale d’un popoloriferito non soltanto ai popoli socialmente più evoluti della storia lontana o recentema anche ai popoli primitivi o meno evoluti…spesso sinonimo di progresso, in opposizione a barbarie, per indicare da un lato l’insieme delle conquiste dell’uomo sulla natura, dall’altro un certo grado di perfezione nell’ordinamento sociale, nelle istituzioni, in tutto ciò che, nella vita di un popolo o di una società, è suscettibile di miglioramentourbanità, cortesia, buona educazione: trattare, parlare, comportarsi con civiltà. Per vedere tutte le sfumature relative al termine, potete cliccare QUI.

Decisamente più interessante il termine contrario, dedicato a chi non è nobile portatore della parola “civiltà”. Vediamolo: Come si misura la civiltà?

Incivile – “…più spesso, riferito a persona o al comportamento, che offende le norme della buona educazione, le consuetudini di reciproco rispetto, di cortesia e di urbanità nei rapporti sociali; quindi grossolano, screanzato, villano…che possiede un grado di civiltà, materiale e spirituale, molto basso…

Anche in questo caso, per leggere tutte le definizioni, potete cliccare QUI.

Pare quasi banale a dirsi, ma ogni civiltà nasce, si manifesta, si evolve facendo i conti con l’ambiente con il quale si trova ad avere a che fare. Un uomo nato nel deserto ha delle esigenze, delle abitudini, delle necessità di adattamento e di vita in generale molto diverse di un altro nato – per esempio – a Manhattan.

Qui non veniamo a discriminare, giudicare o stabilire a tavolino cosa sia meglio o peggio, anche perché il meglio o il peggio dipendono da infiniti fattori, anche molto soggettivi. Di sicuro possiamo dire che ci sono in tutti i casi esigenze di sopravvivenza, rispettabili, ma molto differenti nelle modalità.

Già comunque da queste condizioni di base descritte sommariamente, possiamo capire come la parola civiltà sia soggetta a molte variabili. Una cosa però dovrebbe essere fondamento di ogni civiltà: il rispetto della vita in quanto tale.

Su questo punto si dovrebbe essere, tra persone mediamente equilibrate, tutti d’accordo. Sappiamo però bene che non è così.

Nella definizione di “civiltà”, si parla di vita materiale, sociale e soprattutto “spirituale“. La vita “materiale e sociale” farebbe pensare ad una comunità che predilige, persegue e difende una sorta di benessere economico e di relazione, senza dichiarare alcuna discriminazione di sorta.

Per intenderci, a prescindere dall’ambiente di provenienza di un essere vivente, sia esso una famiglia disagiata, un quartiere malfamato, una zona del mondo in preda a guerre, carestie, maltrattamenti, la comunità che si definisce “civile” cerca di capirne il senso facendosene poi carico, per migliorare l’esistenza di quella persona. Lo dovrebbe fare – il condizionale è d’obbligo – in virtù del:

  • Suo autodefinirsi “società civile
  • Perché, come ogni organismo, se una parte di questo soffre, inevitabilmente prima o poi tutto l’organismo soffrirà.

Se ci spingiamo inoltre nel campo “spirituale“, molto probabilmente non ci si riferirà allo spirito inteso come battuta divertente, né al liquido di conservazione utilizzato per certi alimenti, i cosiddetti “sotto spirito”.

Come si misura la civiltà

Parliamo di altro, ossia, e come da definizione, di “quel vento sottile che viene da lontano, di cui ne senti il suono, e non sai da dove viene e dove va…”. Parliamo di quel mistero che è alla base della nostra esistenza, quella fonte cosiddetta divina che è in noi e che dovrebbe essere fonte di ispirazione, rispetto per il prossimo, faro illuminante per una buona vita ricca di significati e azioni lodevoli.

Prendendo spunto solo da questi brevi passaggi riportati, possiamo definirci realmente “civili”? Quale attenzione abbiamo verso coloro che respiriamo come minaccia, solo perché probabilmente cresciuti in ambienti difficili, a volte disastrati, o semplicemente in difficoltà? Se volete, leggete QUI una riflessione.

Siamo sicuri di non essere almeno un poco responsabili del malessere di molte vite? Può il nostro benessere essere legato a doppia mandata al malessere altrui? Giriamo la frittata meglio, può il nostro benessere essere molta causa del malessere altrui?

Come si misura la civiltà

Sempre per stimolare la mente, come è possibile – per esempio – che l’Africa, il continente con il sottosuolo più ricco di materie prime del pianeta, sia abitato da milioni di poveri, da carestia e miseria? Tutto ciò potrebbe avere a che fare, almeno in parte, con le nostre comodità?

Domande col solo scopo di stimolare in ognuno una riflessione, nessuno si senta accusato, ma stimolato.

Dopo aver sottoposto queste semplici riflessioni e rileggendo le definizioni attribuite alla parola “incivile“, qualche dubbio sul nostro status attuale potrebbe venire.

Certamente, ogni civiltà è evoluzione; si passa attraverso sbagli, modifiche, tentativi e quant’altro, ma la cosa più preoccupante è quando ci si predispone ai problemi partendo da presupposti di presunta superiorità civile.

Ci si erge infatti a legittimi portatori della buona civiltà, supportati in alcuni casi addirittura da “entità spirituali” che in modalità alquanto improbabile sarebbero favorevoli nel sostenere qualcuno a combattere i più deboli.

A tal proposito, quando ci si appresta ad affrontare un problema relativo alla vita di un essere umano, si sottintende che la risoluzione dello stesso stia nell’aiuto dato all’essere in difficoltà, non all’eliminazione dello stesso o al peggioramento di una condizione già precaria.

Comunque sia, la parola incivile citata prima, ricordiamolo, riporta un “colui che offende le norme della buona educazione, le consuetudini di reciproco rispetto, di cortesia…”.

Zygmunt Bauman è stato un filosofo polacco nato nel 1925 e venuto a mancare nel 2017. Celebri sono alcune sue riflessioni e frasi:

I legami sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, ‘connettere’ e ‘disconnettere’ è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza“.

O ancora:

La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza

Ritornando però nello specifico, per comprendere bene come si misuri la civiltà, leggiamo di seguito quanto Bauman diceva nel merito:

Normalmente, si misura la tenuta di un ponte a partire dalla solidità del suo pilastro più piccolo. La qualità umana di una società dovrebbe essere misurata a partire dalla qualità della vita dei più deboli”.

Questa, ribadiamolo, non è un’accusa, ma un invito alla riflessione che ogni persona di buon senso, bandendo sterili ideologie, dovrebbe fare tra le mura della propria camera.

  • Può una persona nata in un ambiente agiato ritenersi migliore di un’altra vissuta in una pericolosa periferia o in una famiglia violenta? Quale merito ha la prima, quale demerito ha la seconda?
  • Può una persona dotata di capacità particolari (sì, anche della tenacia, della capacità di concentrazione, di una qualche abilità, etc.) ritenersi migliore di un’altra che, per una infinità di fattori, non è in possesso di certe dotazioni, o la quale non possiede gli strumenti necessari per tirare fuori il meglio di sé? Chi, a meno che non trattasi di un impostore o un ciarlatano, può sentenziare con certezza assoluta come stia realmente quella persona?
  • Cosa sappiamo veramente di coloro che, apparentemente e facendo ricorso a pregiudizi ed etichette gratuite, definiamo superficialmente come “inferiori”?
  • Quale diritto abbiamo di infliggere a queste persone ulteriori sofferenze? Quale civiltà si nasconde in noi, nel godere di un male ulteriore inflitto a chi già non se la passa bene?

Questo è un post crudo, ove si mettono al bando le ipocrisie di tutti noi, me compreso, me per primo. Non ci sono risposte da dare, giustificazioni plausibili alle quali aggrapparsi. Ogni reazione indignata e sopra le righe, a margine di un argomento come questo, è una emotività che ci dice molto del nostro basso grado di civiltà.

E allora, come si misura la civiltà di una comunità?

Dal basso, dall’attenzione per chi se la passa peggio, senza sé e senza ma.

Non vanno trovate scuse, bisogna solo riflettere e decidere se il nostro comportamento è degno della parola civiltà o se stiamo barricandoci dietro l’ennesima paura. Perché ricordiamoci una cosa: categorizzare nettamente, di qua o di là, questo sì e quello no, tu sì e tu no, ha delle origini radicate, antiche. Come si misura la civiltà?

Solo un accenno, ma pare doveroso.

I bambini nascono con il circuito primitivo della paura attivato, necessario alla sopravvivenza. Quello che non è ancora in funzione, e che si attiverà man mano con la crescita fino ai venti anni circa di età, sono i lobi frontali, sede dei ragionamenti complessi, dell’auto controllo, della risoluzione dei problemi etc. Come si misura la civiltà?

Come si misura la civiltà?

I lobi frontali dei bambini sono completamente immaturi e non possono consciamente elaborare le emozioni, una su tutte, la paura. Non riuscire ad elaborare una emozione, in pratica non riuscire a stabilire quanto – per esempio – una paura sia più pericolosa di un’altra, può portare ansie, fobie, antipatie, manie e reazioni di vario genere.

Se quindi non vi è un supporto emotivo nell’età dell’accudimento e nella successiva crescita, si può rimanere invischiati in questa modalità, e si comincerà a generalizzare, etichettare, categorizzare e altre manifestazioni da carenza.

Alla base di certo accanimento verso le diversità, che mette in dubbio il nostro grado di civiltà, vi sono sostanzialmente due ragionamenti viziosi: gli stereotipi e i pregiudizi.

Gli stereotipi sono descrizioni generalizzate, solitamente per caratteristiche fisiche o sociali, che non considerano minimamente la persona, della quale non si conosce nulla, ma che viene discriminata in base a questa classificazione fittizia.

I pregiudizi sono opinioni preconfezionate, atteggiamenti ostili o sfavorevoli, superficiali, non basati su esperienze dirette riferite a un gruppo o a una persona in particolare. Sono generalmente rigidi, ovvero non prevedono che si discutano dando la possibilità di mettere in dubbio la fondatezza di tali affermazioni.

Per concludere, ognuno rifletta su questo argomento, senza il bisogno di prevaricare, litigare e sfogare frustrazioni.

Come diceva quel tale, chi ha più testa la usi, la civiltà passa anche da queste piccole cose

Come si misura la civiltà?