Psicobiologia del benessere afasia

Psicobiologia del benessere e Afasia

La vita ha sempre degli sviluppi imprevedibili, e nella mia scelta di studio orientata e consapevole verso la psicobiologia del benessere, ha avuto un impatto decisivo l’incontro forzato con un disturbo che ha colpito un mio caro affetto; un disturbo che da sempre è poco sponsorizzato, se non addirittura sconosciuto: l’afasia.

Spero che questo articolo possa contribuire a divulgare la conoscenza del problema afasia e le difficoltà affrontate da tutti gli individui che convivono con esso. Non mi riferisco nello specifico solo a coloro che, ahimè, subiscono il danno sulla propria pelle, gli attori principali, ma anche a quelle “comparse” che, ogni giorno, con dedizione e pazienza, stanno al fianco di queste persone.

Questa non è un’enciclopedia medica, non vuole e non può esserlo, pertanto cercherò di semplificare al massimo il concetto, per poi arrivare alla sostanza del post.

L’afasia è sostanzialmente un disturbo del linguaggio.

Psicobiologia del benessere afasia

È una condizione che deriva da lesioni al cervello, soprattutto quando queste colpiscono l’emisfero cerebrale sinistro.

Parliamo quindi di aneurismi cerebrali che provocano emorragie, quindi di ictus, tumori, trauma cranici, malattie degenerative.

La gravità delle conseguenze dipende da molteplici fattori, e comprende disagi nella lettura, nella scrittura, difficoltà nell’esprimersi, scarsa capacità di comprensione.

I principali problemi legati all’afasia, possono essere riassunti come segue:

  • L’utilizzo di un linguaggio altamente ripetitivo
  • Estrema difficoltà nel trovare la parola giusta al momento giusto per esprimere quello che si vorrebbe dire
  • Problemi di lettura e comprensione della lingua parlata
  • Utilizzo di frasi confuse, brevi, incomplete, parole spesso inesistenti, quindi senza senso
  • Sostituzione di parole, oppure utilizzo di parole di senso contrario a ciò che si vorrebbe dire
  • Non rendersi conto degli errori
  • Leggere a fatica una parola grazie all’aiuto altrui e poi dimenticarla un attimo dopo

Questi sono solo alcuni esempi, da libro di testo se vogliamo, che possono darci un’infarinata sulla complessità del problema. Ma vi assicuro – e vi prego di credermi sulla parola – che le varianti sono moltissime, e non ve le può raccontare con dovizia di particolari nessuno (nemmeno chi le ha studiate sui libri) se questi non convive gomito a gomito con un afasico. Ora dopo ora, giorno dopo giorno.

A questo disturbo del linguaggio, poi, e spesso purtroppo, si abbinano altri problemi, perché quando viene colpito il cervello, il rischio di intaccare altre funzioni è molto probabile.

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Ne citiamo un paio, tra le tante: l’emiplagia, ossia la paralisi di metà del corpo, o l’emiparesi, che è la perdita parziale della capacità di movimento di una parte del corpo.

E, come dicevo, vi sono diversi gradi di gravità di questi disturbi del linguaggio. Quelli più lievi possono risolversi anche con un buon recupero, mentre in altre situazioni, con deficit più seri, il recupero diviene via via sempre meno agevole e completo.

La logopedia si occupa della patologia e della cura dei disturbi del linguaggio, della comunicazione, dell’apprendimento e della memoria.

La parola logopedia viene infatti dal greco antico “logos, ossia discorso” e “paideia, cioè educazione“.

Si prova a rieducare il paziente, in risposta alle disabilità cognitive e comunicative causate da un trauma. Si cerca di riabilitare la persona al linguaggio verbale e non verbale.

Ogni iter terapeutico viene stabilito caso per caso, e può durare diversi anni.

Quando il logopedista stabilisce che il paziente è giunto al massimo recupero possibile, la presa in carico della persona cessa. In soldoni, più di così, non si può fare.

La vita del paziente continua, con tutto il peso delle difficoltà di linguaggio e dell’espletamento delle comuni attività quotidiane, che vanno a complicarsi sensibilmente. Anche perché tutto questo diviene in buona parte a carico di coloro che, da lì in avanti, dedicheranno una sostanziosa parte della loro vita alla cura di questa persona (e questo discorso, si badi bene, vale ovviamente anche per tantissime altre patologie invalidanti).

Ciò che riporto non è un accusa verso l’operato di nessuno, sia ben chiaro, e anzi, bisogna ringraziare tutti gli operatori che hanno fatto e fanno il possibile per migliorare la vita di tutte le persone in difficoltà.

Ma nella nostra società, il paziente è colui che è affetto da una malattia, e l’obiettivo di una certa cura è rimuovere – per quanto possibile – quella malattia.

Passare cioè, da una condizione di malattia a una condizione di assenza di malattia.

È un imperativo lodevole della medicina, così come della terapia psicologica.

La domanda, però, che viene spontanea, è fondamentalmente una:

Può definirsi salute questa?

Vediamo per cominciare quel che s’intende per salute, prendendo un estratto del significato riportato dall’enciclopedia Treccani:

Stato di benessere fisico e di armonico equilibrio psichico dell’organismo umano (e analogamente negli animali, con riguardo alle condizioni fisiche), in quanto esente da malattie, da imperfezioni e disturbi organici o funzionali“.

Pare quindi evidente come, soprattutto nei casi di afasia più seri, non vi sia alcuna traccia di benessere in queste persone, così come non è presente un reale equilibrio psichico, in quanto abbiamo sia le imperfezioni che i disturbi organici e funzionali.

Tornando quindi a bomba sul punto precedente e facendo riferimento al mio caso specifico: siamo passati dalla presenza della malattia ad assenza della stessa, culminata con l’intervento chirurgico riparatore del sanguinamento, il quale ha lasciato in eredità strascichi vari, tra i quali, il disturbo di cui parliamo, cioè l’afasia. E qui, ci siamo fermati.

La “salute“, nel suo significato più profondo, ne è rimasta esclusa.

Provate a pensare, alla luce di quanto detto finora, ad una persona che non può più comunicare in maniera autonoma. Una persona che deve cercare di manifestare qualche sua esigenza con pochissimi vocaboli confusi a disposizione, aggrappandosi a una gestualità poco chiara, dipendendo sempre da qualcun altro che si trova lì, nei paraggi. Una persona che prova in tutti i modi di “apparire normale” per non far pesare la sua condizione, ma non ci riesce. E se ne accorge di questo, vivendo in solitudine innumerevoli frustrazioni.

Non può ovviamente leggere, né scrivere, non può far di conto, non può provvedere al suo sostentamento, non può comperare il cibo in autonomia perché non conosce più il denaro, non riesce a comprendere il senso compiuto di una telefonata, fatica nel chiedere aiuto in casi di emergenza. Può essere facilmente raggirata da chicchessia, in qualunque situazione. Non può difendersi.

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E soprattutto, attorno a questa persona, si crea il vuoto.

La malattia fa paura, e l’essere umano rifugge costantemente da essa. Molti conoscenti, piano piano, ma nemmeno troppo piano, si allontanano. E questa è solo una faccia della medaglia di questo vuoto. Nell’altra, la lacuna socio-assistenziale verso le persone in seria difficoltà si ripercuote molto spesso anche sulle vite sociali dei caregiver che li accudiscono.

In generale, sono pochi quelli che vogliono avere a che fare con persone ammalate, portatori di uno o più deficit, individui che, come avviene per esempio in questo caso specifico dell’afasia, non hanno mai argomenti interessanti da proporre.

Ripetono sempre le stesse cose, tra l’altro raramente capendo quello che tu tenti di comunicare loro. A volte, pur di sentirsi parte di questo carrozzone, puoi perfino sorprenderli mentre parlano da soli, raccontando storie improbabili a un qualche amico immaginario. Voi direte, “ne conosco anch’io di cosiddetti “normali” che lo fanno”. È forse è vero :).

Pertanto, quando tutti i tentativi ufficiali di recupero, come da protocollo, sono stati effettuati, quando di migliorie del linguaggio non se ne vedono più, il nostro mondo si dimentica in un certo senso di queste persone.

Ti viene suggerito di trovare associazioni specifiche per pazienti con queste problematiche – e in un certo senso, con eleganza, di arrangiarti – ma la vita di questo ex-paziente e di tutto ciò che gli ruota intorno, cambia drasticamente. E tu, che fai parte di quell’intorno che ruota, il suo unico mondo possibile da quel momento in avanti, oltre a soffrire molto nel vedere un affetto in quella situazione, devi provare a regalare ogni giorno all’afasico – che sta comunque molto peggio di te – qualcosa per “addolcire la pillola“, in un quotidiano altamente invalidato e invalidante.

Senza giri di parole, parliamo di individui che non servono più alla macchina economica e nemmeno alle relazioni sociali. Per cui, i casi “più fortunati”, beneficeranno di un sostentamento, di una pensione (perché riconduciamo tutto sempre ai soldi, come panacea di ogni male) e per il resto, arrangiarsi. Così è, se vi pare, diceva il buon Pirandello.

E qui, faccio un break: se stai ancora leggendo, ti ringrazio di tutto cuore, prendo forza e mi convinco ulteriormente che vale la pena remare in questa direzione.

Ho scelto la psicobiologia del benessere perché orientata alla “Persona”, con la P volutamente maiuscola, al significato della sua vita, non alla sua malattia.

Una persona non diventa degna di attenzione o interessante solo per le sue malattie, per le sue – scusate il francesismo – sfighe.

Una persona è anche un mondo di talenti, magari danneggiati, bastonati, bistrattati, messi a tacere, ma presenti. Forse latenti e oppressi. È un intreccio di dogmi, abitudini e credenze fuorvianti; e ancora delusioni amorose, comportamentali, lavorative e relazionali.

Sono situazioni che l’essere umano affronta da sempre, e la comprensione delle dinamiche umane può essere il primo passo fondamentale per capire ed aiutare il prossimo a conoscere meglio sé stesso, aiutandolo così consapevolmente ad intraprendere strade diverse.

C’è una differenza abissale tra salvare una vita e prendersi cura di essa e delle sue sfumature; lo sanno bene tutte quelle persone meravigliose che, ogni giorno, sono al fianco di portatori di handicap invalidanti di vario tipo.

Non è sufficiente partire da un paradigma che si accorge di te solo quando ti può incasellare in una patologia, affrontandola come previsto dal sistema, risolvendola tecnicamente quando possibile, per poi lasciarti al tuo destino, qualunque esso sia. È importante tutto questo, sì, certo che lo è, ma è insufficiente.

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Nella vita è importante anche l’analisi e la comprensione dei comportamenti umani, per potere poi capire, di conseguenza, il proprio comportamento all’interno di un determinato ambiente, in una determinata condizione.

La Psicobiologia del benessere aiuta a far luce sulle dinamiche comportamentali della specie di appartenenza e di conseguenza su quelle individuali, rendendo consapevole la persona delle proprie facoltà al fine di valorizzarsi, raggiungere nuove mete e dare nuovi significati alla vita che sta vivendo.

Questo, già di per sé, è uno step in grado di migliorare se non risolvere molte grane quotidiane.

Il consulente psicobiologico promuove un intervento in modalità rapida, “terapeutica” (dal greco “Therapeia” ossiaporre se stessi al servizio degli altri“) che sia esclusivamente rivolta a fornire al cliente gli strumenti necessari per migliorare da solo la qualità della sua vita.

Viene preferita una modalità tendenzialmente rapida proprio per escludere il rischio di entrare in una condizione di dipendenza dalla “Therapeia” (liberare possibilmente le persone dal proprio passato e non legarle ad esso).

Un processo quindi completamente calzato sull’attenzione all’individuo e sulle sue capacità, partendo dalle caratteristiche comuni di tutti gli esseri umani.

L’afasia, che ha colpito severamente questo mio affetto, e quindi conosciuta da vicino, mi ha aiutato a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Non ho potuto risolvere il problema, certamente, non ho ridato il linguaggio a chi lo aveva perduto, questo no. Non ho nessun potere. Mi ha costretto però a non arrendermi laddove altre figure – in un certo senso e forse loro malgrado – si erano dovute arrendere.

Mi ha obbligato ad andare oltre i protocolli, a cominciare un lavoro di comprensione della persona e di adattamento ad una nuova realtà nel momento in cui altri, giocoforza, avevano dovuto alzare bandiera bianca.

L’afasia vista da fuori porta ad essere più attenti ai segnali nascosti, ti costringe a cogliere l’importanza delle espressioni e a “guardare tra le righe”. Ti blinda nelle sue modalità anticonvenzionali, quelle che non rispondono a nessun libro di testo, quei segnali che non danno riferimenti certi perché vanno ogni volta contestualizzati.

L’afasia ti porta a capire e rispettare il senso della parola salute, ed è per questo motivo che ho voluto intraprendere un percorso ove l’obiettivo dichiarato è quello di mettersi a disposizione di un’altra persona per migliorare – per quanto possibile – il suo stato di benessere.

Si tratta di trovare insieme all’altro, in una relazione d’aiuto, il significato dei vari aspetti della sua vita, anche i più scomodi, tralasciando la classificazione e la spiegazione nuda e cruda di un eventuale disturbo, che è e rimane materia specifica della medicina di settore.

Anche in una situazione complessa come quella portata in dote da un’afasia severa, dove la comunicazione è altamente compromessa, dove un senso pare non esserci mai, è importante cercare di cogliere, seppur con enorme fatica, il significato che quella situazione si porta appresso.

Quando vedi la persona che soffre apprezzare piccole attenzioni e gesti a lei rivolti, in una sorta di condivisione del suo caotico mondo, è un piccolo successo.

Quando la vedi che guarda immagini in una rivista, come un bambino curioso, e apprezza il tuo tentativo anche un po’ goffo di raccontarle di cosa trattino quelle figure, siamo in presenza di altrettante piccole conquiste.

La vicinanza ad un disturbo così invalidante insegna quindi molte cose, soprattutto a sforzarsi, nonostante gli ostacoli, a trovare sempre un senso, un significato.

Ogni evento della vita non avviene mai per caso, anche se non lo possiamo capire, ci pare ingiusto, non lo accettiamo e non riusciamo a spiegarcelo. Tutto è tremendamente più grande di noi, nonostante sia insita nel genere umano o molta parte di esso l’erronea credenza di essere la presenza più importante di tutto l’universo, quella privilegiata – non si sa bene per quale motivo – dalla creazione (il che è ovviamente un’illusione).

Anche il fatto più duro, il più crudo, ci aiuta – o costringe – a far emergere parti di noi che non pensavamo di avere. È adattamento, è sopravvivenza.

Tutto ciò che ho raccontato è stato propedeutico nella scelta della psicobiologia del benessere. Mettere a disposizione questo spirito con la conoscenza delle basi dei comportamenti umani, far ricorso all’ascolto attivo, partecipato, con riflessioni e azioni condivise, il tutto con il fine ultimo di aiutare a trovare nuovi significati nel quotidiano di una persona.

La ricerca di un “sentiero e di una meta” migliori, per rendere la vita sempre e comunque degna di essere vissuta.

A proposito, la persona di cui ho parlato, colpita da afasia grave a seguito della rottura di aneurismi cerebrali, è mia madre. Da quel dì, è invalida al 100%. Al tempo aveva 49 anni, e oggi, ne ha 77.

Grazie davvero per la vostra attenzione

P.S.

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